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azienda agricola

ROCCA GIOVANNI

Località San Giuseppe 43/A,
Monforte d'Alba (CN) 12065, Piemonte, Italia
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I vitigni

 

I VITIGNI

Barbera

Vitigno a bacca nera molto diffuso in Piemonte e di origine antichissima. Proviene dalle terre che furono prima del Marchesato e poi del Ducato di Monferrato. La forte adattabilità al tipo di terreno e al clima, la produzione abbondante, l’alta resa del mosto e la ricchezza di materia colorante incoraggiarono i contadini a impiantare vigne di Barbera e a produrne il vino. La sua importanza crebbe notevolmente alla fine dell’Ottocento quando fu riconosciuto come vitigno di forte vigoria in grado di resistere alla fillossera, che aveva invaso, distruggendoli, parecchi vigneti.

In breve tempo la Barbera divenne l’uva piemontese per eccellenza e il suo vino protagonista indiscusso delle mense contadine, testimone del quotidiano vivere su tutte le colline piemontesi. Il vitigno Barbera attesta in maniera esemplare la singolare fortuna del territorio langarolo e roerino: produrre grandi vini da invecchiamento e al contempo regalare emozioni nei vini più giovani.

In passato il Barbera piemontese era considerato “rustico”, ma con il tempo è cresciuto nella stima del pubblico perché si è dimostrato capace di offrire, tramite appropriati processi di vinificazione, sia ottimi vini di pronta beva, sia vini di media longevità e buona struttura che resistono al tempo e confermano, dopo molti anni, i caratteri più originali di una terra e di un vitigno dal particolare prestigio. Come per il Nebbiolo anche il Barbera evidenzia nei suoi caratteri la natura del suolo di provenienza e l’impronta morbida e suadente delle marne calcareo argillose che chiamiamo per brevità “le terre bianche”.

Dolcetto

Il Dolcetto è tra i vitigni autoctoni piemontesi più tipici ed è coltivato in varia misura un po’ ovunque nella regione. Predilige terreni calcarei marnosi su colline fra i 250 ed i 600 m.s.l.m., ma riesce a maturare anche oltre i 700.

La sua culla ideale è la Langa. Per secoli questa varietà di vite a bacca nera ha condiviso le fortune e le miserie della gente di campagna. Pur non essendo una pianta particolarmente vigorosa o resistente alle difficoltà e alle malattie, infatti, il Dolcetto ha sempre saputo offrire ai viticoltori i frutti dolci e maturi per la tavola, adatti anche per produrre una speciale marmellata (la cognà e, soprattutto, materia prima per un vino dai caratteri schietti e semplici. Storicamente, il Dolcetto era la merce di scambio con la Liguria: dalla regione costiera ci si approvigionava di olio, sale e acciughe, ingredienti base di uno dei piatti più famosi del Basso Piemonte, la “Bagna Caoda”.

Nel cuneese si barattava l’uva Dolcetto con i vitelli allevati in pianura, così da avere nelle stalle di collina animali di razza. Il vino da Dolcetto ha avuto un momento di grande fortuna negli anni 70-80 quando era proprio il prodotto della mensa quotidiana e gli impianti di vigneto si sono estesi. Oggi la sua espansione si è fermata, il consumatore locale esperimenta anche altri vini. Il Dolcetto però mantiene il suo rapporto ancestrale con la gente che lo utilizza normalmente al pasto.

Il nome del vitigno deriva dalla particolare dolcezza della polpa dell’uva, ma i vini che se ne ricavano sono esclusivamente asciutti e decisamente secchi, caratterizzati da una modesta acidità e da un piacevole retrogusto amarognolo. A seconda della zona di coltivazione e del tipo di vinificazione, il Dolcetto dà origine a vini freschi e beverini, che si accompagnano alla tavola quotidiana grazie alla loro morbidezza, alla freschezza del gusto e alla capacità di adattarsi a molti cibi diversi; oppure a vini di forma più evoluta, di corpo e struttura, capaci di invecchiare fino a sei-sette anni grazie al sapiente lavoro in vigna e a una corretta gestione in cantina da parte dei produttori.

Negli anni Venti e Trenta del Novecento i grappoli di Dolcetto erano spesso impiegati nella cosiddetta cura dell’uva, per il sapore delicato e per il basso contenuto di acidi e tannini. Le uve Dolcetto, infatti, hanno proprietà rimineralizzanti, depurative, diuretiche, lassative e decongestionanti per il fegato in quanto facilitano il drenaggio epatico.


* Con la menzione vigna ed il relativo toponimo in etichetta, le rese si riducono a 7200 Kg/Ha o 5040 l/Ha ed il titolo alcolometrico volumico minimo naturale è aumentato di 0,5%.

** Con la menzione vigna ed il relativo toponimo in etichetta, le rese si riducono a 6300 Kg/Ha o 4284 l/Ha ed il titolo alcolometrico volumico minimo naturale è aumentato di 0,5%.

*** Con la menzione vigna ed il relativo toponimo in etichetta, le rese si riducono a 7200 Kg/Ha o 5040 l/Ha ed il titolo alcolometrico volumico minimo naturale è aumentato di 0,5%.

Freisa

Purtroppo non ci sono notizie certe sull’origine di questo vitigno. Alcuni documenti lo citano a partire dal ‘500. Nelle tariffe doganali di Pancalieri del 1517 sono registrate le carrate di fresearum, considerate di gran pregio.

Nel 1692 Pietro Francesco Cotti scrive di aver piantato delle Freise in un fossale del Brichetto, in quel di Neive, Ancora nella cantina di Lu nel 1760 si parla chiaramente dell’acquisto di barbatelle di Freisa e sempre nel medesimo luogo si parla di vino Freisa. Il primo a descriverlo fu il conte Nuvolone sul “Calendario Georgico della Società Agraria di Torino”.

Alla fine degli anni ’80 del 1800 compare come uno dei principali vitigni piemontesi nell’Album ampelografico, compilato da una commissione di esperti presieduta dal Conte Giovanni di Rovasenda, forse il più illustre ampelografo piemontese dell’800, riconosciuto anche a livello europeo.

Si adatta in maniera ottimale sia a terreni di tipo argilloso che marnoso. Da ciò ne deriva la sua ampia diffusione in tutte le province vitivinicole piemontesi.

Nebbiolo

È il più antico vitigno autoctono a bacca nera del Piemonte, uno tra i più nobili e preziosi d’Italia. Il suo nome deriverebbe da “nebbia”: secondo alcuni perché i suoi acini danno l’impressione di essere “annebbiati”, ricoperti dalla pruina abbondante; secondo altri, invece, perché la maturazione tardiva dell’uva spinge la vendemmia al sorgere delle prime nebbie d’autunno. Il Nebbiolo è riuscito a sopportare bene il travaglio dei secoli, per giungere integro fino ai giorni nostri.

Conosciuto anche come la “regina delle uve nere”, ha bisogno di cure attente e laboriose, per questo motivo la sua coltivazione ha vissuto periodi di splendore e di offuscamento, ma non è mai stata abbandonata dai viticoltori locali, consapevoli del pregio altissimo dei vini che se ne ricavano. È molto esigente in fatto di giacitura ed esposizione del terreno, lavorazioni e concimazioni. I suoli calcarei e tufacei sono l’ideale per questo vitigno che germoglia precocemente tra la metà e la fine del mese di aprile.

Giunge a maturazione piuttosto tardi rispetto ad altri, nella prima metà di ottobre. Abbastanza sensibile agli sbalzi improvvisi di temperatura si avvantaggia delle oscillazioni tra giorno e notte in fase di maturazione ma la ricchezza di tannini della sua buccia richiede posizioni collinari ben esposte al sole, preferibilmente sudo sud-ovest, fra i 200 e i 450 m. s.l.m., al riparo dalle gelate e dai freddi di primavera.

Se ne ricavano vini forti e potenti, molto ricchi di alcol che spesso esprimono al meglio le loro caratteristiche in seguito a un lento invecchiamento. A seconda della zona di coltivazione, il Nebbiolo dà origine a una serie di grandi vini rossi orgoglio del Piemonte vitivinicolo.


I dati si riferiscono ad una media delle ultime 5 annate.

 

(fonte: Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Roero - www.langhevini.it)

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